Due volte campione mondiale di para surfing, il sudafricano racconta come l’ingresso nello sport adattato abbia cambiato anche il modo di considerare la propria condizione.
Ant Smyth aveva cinque anni quando un incidente gli provocò una lesione al plesso brachiale, lasciandogli paralizzato il braccio destro.
Oggi ha 55 anni, vive in California ed è uno dei nomi più conosciuti del para surfing internazionale, con due titoli mondiali conquistati in carriera. Eppure per molti anni, come ha raccontato lui stesso recentemente, non si è considerato una persona con disabilità.
Cresciuto in Sudafrica, Smyth praticava surf già molto prima che nel 2015 l’International Surfing Association organizzasse il primo Mondiale dedicato agli atleti con disabilità. A quell’appuntamento partecipò con la nazionale sudafricana, chiudendo al secondo posto.L’ingresso nel movimento del para surfing lo portò però anche a confrontarsi con persone con esperienze e disabilità molto diverse dalla sua.
Nel racconto pubblicato a settembre dalla Challenged Athletes Foundation, Smyth spiega di avere vissuto a lungo una sorta di difficoltà nel riconoscersi come parte di quella comunità, considerando la propria condizione meno limitante rispetto a quella di altri.Il rapporto con la disabilità, insomma, non è stato per lui qualcosa di definito una volta per tutte.
Il surf adattato gli ha permesso di incontrare altre persone con differenze agli arti superiori e di confrontarsi con esperienze che fino ad allora aveva conosciuto poco.Nel frattempo sono arrivati anche i risultati. Dopo il secondo posto del 2015, Smyth ha conquistato due titoli mondiali ISA e due US Open. Nel 2025, a 55 anni, è tornato sul podio del Mondiale ISA con l’argento nella categoria Men Stand 1.
Negli anni il suo rapporto con il para surfing si è allargato anche oltre l’attività agonistica. In Sudafrica ha contribuito allo sviluppo del movimento e, dopo essersi trasferito negli Stati Uniti, ha continuato a lavorare come coach con altri surfisti con disabilità.
Continua però anche a gareggiare. E nel raccontare il proprio percorso non presenta il surf come qualcosa che abbia cancellato le difficoltà legate alla disabilità. Parla piuttosto di appartenenza, confronto con gli altri e del tempo necessario per trovare un proprio posto all’interno di una comunità che inizialmente non sentiva completamente sua.
È un percorso che, a più di dieci anni dal suo ingresso nel para surfing internazionale, Smyth continua a raccontare senza considerarlo concluso.
Fonti: Challenged Athletes Foundation; International Surfing Association.
Immagine illustrativa generata con intelligenza artificiale.